Riaprendo dopo giorni di silenzio. Scritture e stesuro che sfuggono nella continuita di queste intense giornate.
Cosi preso un quaderno e lasciando il tmepo della scrittura all-accumularsi di piccoli sospiri piuttosto che ad un piu lungo –meditatp- respiro, ritorno alle immagini di questa prima settimana di Palestina, fra i palazzi di Nablus.
-ritorno- mentre un mio compagno di viaggio un po' squadrista pontifioca sulla sua felicita' per la morte di un para' italiano.
La sofferenza –il dolore- non dovrebbero mai essere causa di felicita' che e' valore umano e non politico.
La ricognizione e la geografia del dolore fra le mura di Nablus e' sottile e fatica a comparire sui visi e le parole dei palestinesi.
E' da qualche parte fra i pesi di quella bilancia che nelle terre martoriate dice dell-equilibrio fra la mortificazione nella tragedia e la quieta potenza della quotidianita', che sa far ritornare tutto a passione ed emozioni, nell'attesa fremente del pasto, di un dolce, nella vestizione energica di un vestito nuovo.
La bil;ancia guardata da fuori, tenuti lontani i preconcetti e i pregiudizi -la voglia di ritrovare conferme a cio' che si crede-, pende piu' verso la quotidianita'.
La strada che porta dal nostro alloggio (che ora ha il bagno otturato, gli scarafaggi, le formiche rosse e spesso –molto- non ha l-acqua) al Darna Center e' lunga sui 6-700 metri (stima oltre l-arbitrario) e costeggia discariche e costruzioni.
Nella prima ora (8.00/9.00) si arriva e si fa colazione. Dalle 9 fino alle 13 i volontari internazionali lavorano nei corners.
Premessa (chiarificatrice –e qui la noia e' oltre l-inverosimile ma non posso lasciarvi senza alcun appiglio): il centro in cui noi operiamo e' interno ad un campo di rifugiati che fa diverse migliaia di avbitanti. Molti moltissimi sono profughi di Haifa e della costa vicino Tel Aviv (per info andate su infopal –leggete sulla Al-Naqba, sull'Intifada, sulla occupazione. Leggete, vi pregano tutti qui di dirvelo e cheidervelo ogni volta che mi guardano, leggete).
Si occupa di sostengo alla popolazione palestinese di social development e nell-esperienza del summer camp, quasi esclusivamente di bambini, che sono, mediamente, fra i 150 e i 200, a occhio. Ci sono 5 gruppi in base all-eta' e li vedi gia' li' belli e formati quando alle 8.30 porti il tuo panino di pane arabo e nutella o roba salata e tipica nel cortile. Cantano in fila l-inno della scuola.
Il rito dell'innoha tutto il profumod ella straordinarieta' del lavoro dei social walters. In uyno spiazzo/cortile che ha sui muri i profili di Banksy e di Handala si urla di futuro e speranza. E l'inno si ripete, una, due, tre, Quattro e anche cinque volte. Fino all-equilibrio perfetto fra le voci, fino a che la voce dei bambini, e giuro e' cosi' che va, non sembra una corale barocca per quanto collimino le voci. E dietro c'e' la ricerca dell'uniota' nella lotta e nella resistenza, l'idea di popolo e di gruppo, di comunita' che lavora su se stessa a partire dalla capacita' simbolica di aprire le proprie giornate cosi' stretti da sembvrare uno.
Dicevo: quattro ore di lavoro nei corners, ossia gli spazi di intrattenimento ed attivita' che vanno dal teatro alla dabka, dalle english lessons allo sport.
Ogni volontario sceglie il corner in cui lavorera' il giorno successivo.
E in questo tempo non riascoltato, ma condotto invece –a mente aperta- fra l-invenzione e la perdita del se', in quello sciogliersi completo di ogni reticenza che e' la base di ogni purificazione nell'altro, dicevo in queste prese d'aria che sono le mimiche dei bambini e la loro voglia di seguirti se sai portarli dove non andresti mai da solo, qui, fermarsi e cercare il dolore su un piano umano e personale e non –invece/ nell-immanenza fisica e sociale –cromatica- del refugee-camp, fermarsi cosi' sgranando gli occhi, come a cambiare la messa a fuoco del proprio sguardo, indagare la geografia del dolore e' raro e difficile. E questa e' la storia delle mattine, che e' anche la storia del raccontare, di catturare, frementi con la macchina fotografica stretta in mano, di questa quantita' di vita che ti si rovescia addosso, testi su cui indagare anche e soprattutto ricordando. –issauer- issauer- cosi' ti dicono e si mettono in posa girandoti i pollici per vedere la foto sullo schermino- what' your name? How are you? E dopo sono solo gesti. Aspetta, gli dici, stringendo la mano con lo stesso gesto che in Italia vuol dire che cazzo vuoi. E poi tanti Ialla Ialla, che vuol dire andiamo, vuol dire, alla terza ora di giro rotoloso per il dance corner, seguimi. E poi la mediazione fra i bambini, tutte le rincorse alla felicita' che si consumano stretti a quattro anime di dodici anni cumulativi piu' te, che ne hai molti di piu' e molto piu' bisogno di loro.
Scrivo ora con due dista sula fronte, con l-acido nelle gambe di una lunga mattinata di giri e fiati ai passi.
Su una sorta di balconcino siedo, mentre i bambini fanno la merenda, e fra una frase e l-altra ˝curo˝ la selezione muiscale per i due bambini che mi hanno sequestrato il lettore. Tonight Tonight degli Smashing, poi I Want You di Bob Dylan e la versine di Can't buy me love rifatta da Buble'.
Questi pochi frammenti, strappati e consegnati alla scrittura con la voglia di non togliere mai neanche un secondo a cio' che li manda e li muove, ossia al campo, e ai bambini, spero vi bastino. Manca tanto, non solo come contenuti. C'e' di piu' lo giuro.
Comunque:questa e' la mattina.
Il pomeriggio e' altra geografia, e' altra storia. Oggi e' stata l'attesa al checkpoint che ci divide dalla comunita' samaritana, l'unica rimasta al mondo, che sorge sul monte a loro sacro. Spesso e' il racconto anche visivo di queste terre, e di questi uomini. Entrare nella Seconda Intifada come luogo dello spirito di quasi tutti i social walkers; vedere coi propri occhi i settlements svettare sui colli attorno a Nablus, come muri del silenzio e della vergogna, calca la mano sui contorni di quella geografia di cui si parlava all'inizio. Di questa geografia qui provero' a parlare fra poco.
La geografia delle mattine aspetta. Per ora se ne guardano gli elementi.
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ho bisogno del contatto di Silvia Costantino. Grazie, è importante!
RispondiEliminaAndrea