mercoledì 15 luglio 2009

GIORNO 9 -16/07/08 La criticita' della geografia delle mattine

Riaprendo dopo giorni di silenzio. Scritture e stesuro che sfuggono nella continuita di queste intense giornate.
Cosi preso un quaderno e lasciando il tmepo della scrittura all-accumularsi di piccoli sospiri piuttosto che ad un piu lungo –meditatp- respiro, ritorno alle immagini di questa prima settimana di Palestina, fra i palazzi di Nablus.
-ritorno- mentre un mio compagno di viaggio un po' squadrista pontifioca sulla sua felicita' per la morte di un para' italiano.
La sofferenza –il dolore- non dovrebbero mai essere causa di felicita' che e' valore umano e non politico.
La ricognizione e la geografia del dolore fra le mura di Nablus e' sottile e fatica a comparire sui visi e le parole dei palestinesi.
E' da qualche parte fra i pesi di quella bilancia che nelle terre martoriate dice dell-equilibrio fra la mortificazione nella tragedia e la quieta potenza della quotidianita', che sa far ritornare tutto a passione ed emozioni, nell'attesa fremente del pasto, di un dolce, nella vestizione energica di un vestito nuovo.
La bil;ancia guardata da fuori, tenuti lontani i preconcetti e i pregiudizi -la voglia di ritrovare conferme a cio' che si crede-, pende piu' verso la quotidianita'.
La strada che porta dal nostro alloggio (che ora ha il bagno otturato, gli scarafaggi, le formiche rosse e spesso –molto- non ha l-acqua) al Darna Center e' lunga sui 6-700 metri (stima oltre l-arbitrario) e costeggia discariche e costruzioni.
Nella prima ora (8.00/9.00) si arriva e si fa colazione. Dalle 9 fino alle 13 i volontari internazionali lavorano nei corners.
Premessa (chiarificatrice –e qui la noia e' oltre l-inverosimile ma non posso lasciarvi senza alcun appiglio): il centro in cui noi operiamo e' interno ad un campo di rifugiati che fa diverse migliaia di avbitanti. Molti moltissimi sono profughi di Haifa e della costa vicino Tel Aviv (per info andate su infopal –leggete sulla Al-Naqba, sull'Intifada, sulla occupazione. Leggete, vi pregano tutti qui di dirvelo e cheidervelo ogni volta che mi guardano, leggete).
Si occupa di sostengo alla popolazione palestinese di social development e nell-esperienza del summer camp, quasi esclusivamente di bambini, che sono, mediamente, fra i 150 e i 200, a occhio. Ci sono 5 gruppi in base all-eta' e li vedi gia' li' belli e formati quando alle 8.30 porti il tuo panino di pane arabo e nutella o roba salata e tipica nel cortile. Cantano in fila l-inno della scuola.
Il rito dell'innoha tutto il profumod ella straordinarieta' del lavoro dei social walters. In uyno spiazzo/cortile che ha sui muri i profili di Banksy e di Handala si urla di futuro e speranza. E l'inno si ripete, una, due, tre, Quattro e anche cinque volte. Fino all-equilibrio perfetto fra le voci, fino a che la voce dei bambini, e giuro e' cosi' che va, non sembra una corale barocca per quanto collimino le voci. E dietro c'e' la ricerca dell'uniota' nella lotta e nella resistenza, l'idea di popolo e di gruppo, di comunita' che lavora su se stessa a partire dalla capacita' simbolica di aprire le proprie giornate cosi' stretti da sembvrare uno.
Dicevo: quattro ore di lavoro nei corners, ossia gli spazi di intrattenimento ed attivita' che vanno dal teatro alla dabka, dalle english lessons allo sport.
Ogni volontario sceglie il corner in cui lavorera' il giorno successivo.
E in questo tempo non riascoltato, ma condotto invece –a mente aperta- fra l-invenzione e la perdita del se', in quello sciogliersi completo di ogni reticenza che e' la base di ogni purificazione nell'altro, dicevo in queste prese d'aria che sono le mimiche dei bambini e la loro voglia di seguirti se sai portarli dove non andresti mai da solo, qui, fermarsi e cercare il dolore su un piano umano e personale e non –invece/ nell-immanenza fisica e sociale –cromatica- del refugee-camp, fermarsi cosi' sgranando gli occhi, come a cambiare la messa a fuoco del proprio sguardo, indagare la geografia del dolore e' raro e difficile. E questa e' la storia delle mattine, che e' anche la storia del raccontare, di catturare, frementi con la macchina fotografica stretta in mano, di questa quantita' di vita che ti si rovescia addosso, testi su cui indagare anche e soprattutto ricordando. –issauer- issauer- cosi' ti dicono e si mettono in posa girandoti i pollici per vedere la foto sullo schermino- what' your name? How are you? E dopo sono solo gesti. Aspetta, gli dici, stringendo la mano con lo stesso gesto che in Italia vuol dire che cazzo vuoi. E poi tanti Ialla Ialla, che vuol dire andiamo, vuol dire, alla terza ora di giro rotoloso per il dance corner, seguimi. E poi la mediazione fra i bambini, tutte le rincorse alla felicita' che si consumano stretti a quattro anime di dodici anni cumulativi piu' te, che ne hai molti di piu' e molto piu' bisogno di loro.
Scrivo ora con due dista sula fronte, con l-acido nelle gambe di una lunga mattinata di giri e fiati ai passi.
Su una sorta di balconcino siedo, mentre i bambini fanno la merenda, e fra una frase e l-altra ˝curo˝ la selezione muiscale per i due bambini che mi hanno sequestrato il lettore. Tonight Tonight degli Smashing, poi I Want You di Bob Dylan e la versine di Can't buy me love rifatta da Buble'.
Questi pochi frammenti, strappati e consegnati alla scrittura con la voglia di non togliere mai neanche un secondo a cio' che li manda e li muove, ossia al campo, e ai bambini, spero vi bastino. Manca tanto, non solo come contenuti. C'e' di piu' lo giuro.

Comunque:questa e' la mattina.
Il pomeriggio e' altra geografia, e' altra storia. Oggi e' stata l'attesa al checkpoint che ci divide dalla comunita' samaritana, l'unica rimasta al mondo, che sorge sul monte a loro sacro. Spesso e' il racconto anche visivo di queste terre, e di questi uomini. Entrare nella Seconda Intifada come luogo dello spirito di quasi tutti i social walkers; vedere coi propri occhi i settlements svettare sui colli attorno a Nablus, come muri del silenzio e della vergogna, calca la mano sui contorni di quella geografia di cui si parlava all'inizio. Di questa geografia qui provero' a parlare fra poco.
La geografia delle mattine aspetta. Per ora se ne guardano gli elementi.

giovedì 9 luglio 2009

Giorno 2 09/07/09 Jerusalem, gli occhi sul margine dei tetti

36 ore bastano o non bastano per capire una citta, coglierne il senso, il significato, il funzionamento come macchina di uomini e colori.
Dover raccogliere tutto e non sapere se poi cosi` si finisca per non raccogliere nulla. Nel cuore del Suq di Gerusalemme -centinaia di strade che si affastellano l'una sull'altra, senza che luce vi filtri, intrappolata com`e` dalle lastre di metallo che chiudono i tetti dei vicoli- fumiamo del narghile al tabacco nero con un palestinese, che porta la kufiah bianca e ha un occhio di vetro. La rete dei Suq prende quasi tutta la citta` vecchia, ti porta come su un letto strettissimo di negozi e bazar. Ha un`anima antica e una veste moderna, e conserva per questo qualcosa, conserva davvero una storia. Pipe ad acqua, collanine, pashmine, t-shirt e quanto di piu gretto si possa trovare fra le ben piu larghe strade dell`Esquilino, e affianco pero` frigitorie e kebabari, e fumerie (pochissime) dove ti servono tendenzialmente tea Lipton. Mischiati con la naturalezza degli occhi da ragazzi di vita degli arabi, che fuori da ogni riflessione sul senso della conservazione estetica di uno spazio vitale storico, vivono il loro presente: il negozio di spezie e lo spacciatore di mercatinismi madeinchina si ritrovano in uno stesso senso dell'esperienza dell'incontro. La vita come mercato, come vendita di prodotti ordinati (oggi) o caricati sulle proprie navi (tanti secoli fa) e rivenduti in un agglomerato di vendizione, dove la mercanzia si arricchisce col mercante ma anche col ercato. In tanta parte del suq non si vedono "bianchi", e ci si convince ancora di piu di come quella vita frenetica, passata a smerciare il proprio carico di prodotti, ad infilare il proprio tempo sgusciando fra un mondo che vende, sia una vita storica, radicata su un territorio, il medioriente, da sempre intermediario e mai produttore (ma questa e` altra, inutilmente lunga, storia).Fra i vicoli cosi` pieni da nascondere quasi la loro stessa edilizia secolare, quasi a mascherare l`esposizione della storia come oggetto materiale, per proporre, invece, una storia come spirito e come relazione con la realta`, sgusciano schegge arabe impazzite, migliaia di bambini in bici, palla al piede o in corsa rovinosa. Vestiti col fondo del cesto occidentale urlano un get out of the way che sa di un popolo al contempo cosi` conosciuto e cosi` solo. L`odore di cumino, cardamonio, kardake, zafferano riempie le narici gia` piene di tabacco alla mela, e mappa l`architettura di strade col ricordo intensissimo e dolce delle sensazioni olfattive. Lo spettacolo che a sera donano le spezie trasportate dal vapore acqueo che piano si alza dai litri d`acqua rovesciati per pulire i suq e` di un`intensita` che ferma lo stomaco. Il cuore del suq e` la vita di chi lo abita, la vita di un popolo in strada di mercanti, che non e` mai ricordo di se, ne` testimonianza, ma dice di se` e vive quello che e`.La luce che filtra appena per le lastre di ferro che fungono da tetti ad ognuno dei negozietti -in un sistema studiatissimo per proteggere il mercato, il centro dell-economia araba, dalla pioggia e dal sole- spiana invece un mondo speculare: la lunga distesa bianca che come un manto ricopre i colori del suq, il mondo dei tetti. La pietra bianca, mediterranea, araba e secolare riflette il sole caldo ma mai pungente di Gerusalemme per l`immenso spazio dei tetti. Pochi scalini dall`arcobaleno scintillante di merci e soffuso a luce e profumato dei Suq e subito Gerusalemme mostra il suo volto "eterno", nella silenziosa fuga di colore che dai tetti bianchi e passando per cupole e minareti porta fino al deserto roccioso e agli uliveti. Come nelle cartoline che vende al piano inferiore. Dai tetti si accede alle case. Agli interni veri e propri. Pochi metri di bianco: sotto un brulicare di strade e sguardi.




Domani, ancora su Gerusalemme. Che c'e` tanto da dire ma tanto tanto e al quinto giorno di campo invece gli argomenti cominceranno a scarseggiare, percio' si tratta di aspettare perche` di quello che ho visto qui ho detto poco, madonna quanto ho detto poco (ma meglio un'immagine, una suggestione, che la vecchia tradizione elenchica).


Cristo che figa! (vedi giu`)

(Qui a Jaffa Road, parte ovest della citta', fuori dalla citta' vecchia, impazza la movida, tutta la notte, tutte le notti, in un quartiere moderno ed europeo. Fatti salvi gli M15 (ma Silvio si attrezza ad abbattere la differenza) potrei essere al centro di una qualunque grande citta` italiana. L'ingresso dove c'e` il pc ha la porta a vetro.)

mercoledì 8 luglio 2009

Giorno 1 - 08/07/09 Skies are gonna change

In una sonnolenza intervallata da Triste Solitario y Final di Soriano mi trascino dalle 6 p.m. della partenza da Napoli fino alle 5 a.m. del checkin per Tel Aviv. Si ripassano scene e versioni, parti e battute, si insiste sui punti forti: la spontaneita, la sorpresa ad ogni domanda, questo mentre si gira per una Malpensa bellissima, con la luce dell'alba che filtra dalle vetrate.Ma poco importa tanto si sa che se vogliono sapere sanno, e allora e' quasi tutta una scena, una scena per tutti. come quando al massimod ella forma, tutti rintuzziti dai bei successi di questi giorni, due poliziotti ci chiedono dove andate. 3 o 4 controlli in tutto a Milano, in fondo non e' niente. Una dolcissima quanto superisraeliana hostess al checkin mi vede il materassino sullo zano e fa alla collega: ma no ma no(evidentemente l'altra sospettava), guardali carini, vanno in campeggio.Massimo self control per non riderle in faccia e faccia invece tutta da culo. Il volo e' quanto dire: una toscana e una marchigiana che vanno in pellegrinaggio a piedi da Acco a Gerusalemme cercano di romperci al messaggio evangelico. E noi si tace, che mica si puo' dire nulla, mica glielo si puo dire che fare del bene e' n'altra roba proprio. Non dare nell'occhio e mantenere, negli atteggiamenti come nelle opinioni, il massimo del low profile: chi mi conosce sa i costi di un'operazione del genere, per il sottoscritto. Compare anche lui, il primo, il primo dei tanti tantissimi ebrei ortodossi della giornata. Ma il primo e' speciale. Treccioline, kippah, sciarpa e cappello. Tutto c'ha sto signore de 'Roma, che sentiamo piu' volte suggerire a vari (s)fortunati sull'aereo la gloria di cio' che sta avvenendo a lui e al suo popolo.Quando mi avvicino a lui l-aereo sta planando su Tel Aviv, sotto, oltre l'edilizia violenta e garbata della citta', tracotante e composta a un tempo, si vedono distendersi le valli, la roccia che si mesce al deserto e a quella flora che profuma, pure stretta nello spazio visivo del finestrino e nella fragranza asettica dell'aria condizionata, di estremo del mediterraneo. Sono valli, lo giuro, che cantano agli occhi storie lontane, che si riallacciano all'immaginario epidermico della tradizione giudaicocristiana che c'e' nei nostri sottopelle. La poverta' come rapporto con la realta', la spiritualita' come intimo rapportarsi fra uomini, il valore anche sonoro della parola cammino, della parola percorso. Se sotto dettato di una mente innamorata come la mia o no poco importa, la sensazione di questo risveglio era autentica, dio se era autentica, era la risignificazione di una storia di parole, immagini, icone e quindi valori e sensi.(che il mio pessimo rapporto con il nuovo testamento sia ad una svolta? presto presto per dirlo). Sproloquiare non serve, quello che volevo dire l'ho detto e non faro di certo di questo spazio la tana per ogni mia piu' intima e notturna morbosita'.Ma e' mentre avviene tutto questo che l'ebreo ortodosso mi parla: li vedi quei grattacieli (immaginatevelo parlare, un ebreo ortodosso, un po' romanaccio, sui 60, grasso sudicciato e tutto agghindato come e' noto, perche' se no e' difficile)li vedi quei grattacieli -pausa- quando siamo arrivati noi qui, in Israele, non c'era niente. Siamo tornati qui -tossisce come a ristupirsi dell'assurdita' della storia, del destino, scuotendo il capo- siamo tornati qui dopo 7000 anni e abbiamo fatto tutto questo. Fra un poco, vedrai, fra un poco -mi dice- ci saranno grattacieli enormi, altissimi, molto piu alti di quelli di new york. Ogni volta che torno -mi dice- e' una gioia. Poi comincia a farmi una nomenclatura completa di ogni piccolo centro che superiamo.Intanto sale l'ansia e increduli si atterra' al ben gurion. Eilat+tourism+italy+maybepetra+Ishowyouourtops(tirando fuori carte e cartuscelle)= un po' di rimescolamento bagagli e tante tante facce storte ma siamo fuori in 10 minuti.
Sono le 2 e mezza del pomeriggio dell'8 e mia madre mi chiama e le spezzo la voce ansiosa informandola che e' andato tutto bene e proprio davanti a me passa un giovinetto in kippah ed M16.
Welcome to Israel.

Da li in poi sara' Gerusalemme, per la quale mi riservo il prossimo intervento, domani sera o dopodomani. Meno diacronico, piu' meltimpottaro, ma estremamente prudente. come merita.

martedì 7 luglio 2009

Giorno 0 - 07/07/09

Vigilia. Vigilia. Vigilia. Per ora si tace. Aspettiamo che coli luce su questi filtri.

Stay Tuned. (Grazie a tutti, per gli auguri, per la vicinanza).